giovedì 13 settembre 2012

Le VELE di Scampia: un orrore da demolire, se si vuole ricominciare da capo





La prima volta cinematografica delle Vele di Scampia non è stato Gomorra, ma un film di un regista napoletano impegnato e a torto poco noto: Salvatore Piscicelli: “ Le occasioni di Rosa”, un film del 1981. Nel film una giovanissima Marina Suma camminava spavalda, come simbolo di una gioventù di una periferia abitata e vissuta già dal degrado sociale, che si lasciava vivere dalla vita, senza opporsi o lasciare la loro impronta distintiva, sullo sfondo svettavano le Vele di Scampia. Giovani per cui il guadagno facile era più attraente del guadagno legato allo sforzo lavorativo che li avrebbe nobilitati, giovani per cui il piacere sarebbe stato  l’unica guida spirituale in un mondo in cui il progresso si insinuava come processo di confusione e rimescolamento dei valori e dei generi. Oggi, quel posto, che era già architettonicamente brutto 32 anni fa è diventato l’epitome del degrado di una città, immortalato nel suo orrore sociale in Gomorra, si spera l’ultima volta, prima di filmarne la demolizione. L’architetto Franz Di Salvo immaginò un contesto architettonico che in quei dedali e labirinti di cemento avrebbe dovuto riproporre l’immagine dei vicoli di Napoli un complesso che avrebbe dovuto veicolare lo sviluppo sociale di un’area, quella est, Ponticelli, già fortemente segnata dall’esclusione: pessimo modernismo,pessima interpretazione dell’unità abitativa di Le Corbusier o delle strutture a cavalletto di Kenzo Tange, famoso a Napoli in quegli anni, che pure molti altri disastri urbanistici ha lasciato. Giorgio Bocca riferendosi a Scampia  scrisse: “Dicono che le teste d'uovo che l'hanno costruite abbiano commesso degli errori: i sette edifici giganteschi dell'edilizia popolare che arrivano al quattordicesimo piano, ma non hanno ascensori, non hanno negozi e neppure luoghi di riunione. Dei monumenti da abbattere”. Scampia, e le vele  che erano sette, tre delle quali sono state già abbattute, sono l’esempio di come un progetto urbanistico, svincolato da uno sviluppo socio economico può produrre solo cattiva architettura e inferno urbano: così, tra il 1962 e il 1975 furono innalzate quelle piramidi del sacrificio umano e culturale. Non voglio entrare nel merito estetico oggi: erano già brutte allora, voglio invece entrare nella proposta di oggi di spostare i policlinici e le Università (fondere insieme le due strutture universitarie della Federico II e della Sun) in un’area a forte impatto delinquenziale. Un servizio sociale sanitario in un’area mal servita e pericolosa, con una sanità napoletana e regionale allo sbando, con una Regione che non ha un soldo per far funzionare i servizi minimi: anche questa mi sembra l’ennesimo esperimento sociale partorito da chi non ha niente di autenticamente serio da proporre, l’ennesima roboante proposta propagandistica: tra lo spostamento dei Policlinici e delle Università è stato detto che bisognerebbe trovare più di 20 milioni di euro per “risanare” un errore urbanistico che la città di Napoli sta pagando ancora molto caro. Lascia pure sconcertati la posizione della Soprintendenza, attraverso il suo Soprintendente, arch. Stefano Gizzi che ritiene le Vele una testimonianza architettonica da preservare e tutelare. Mi sembra un estremismo estetico radicale, laddove la stessa spesso tace su scempi devastanti di patrimoni architettonici ben più rilevanti delle Vele. Quelle 4 strutture rimaste, andrebbero demolite subito, perché sono brutte e pericolose, sono il simbolo di tutto quello che non dovrebbe più essere costruito. Ci sono zone dove i bambini giocano a pallone sull’amianto; va bene l’inserimento dell’Università, ma non nelle Vele, quella zona ha bisogno di un progetto di risanamento ambientale di proporzioni gigantesche, qualcosa come è successo nella Ruhr tedesca. Aree verdi auto depuranti, corsi d’acqua drenanti, riprogettazione delle unità abitative, riqualificazione del sistema trasporti e poi last but not least uno progetto e uno sviluppo culturale e sociale di respiro ampio a cominciare dalla lotta alla dispersione scolastica e alla presenza di punti di ritrovo creativi: teatri, centri sportivi attrezzati, sale cinematografiche, gallerie d’arte. Tutto il resto, tutto quello che si sta dicendo sulle Vele di Scampia è propaganda politica, un’altra manovra per mettere in circolazione altro denaro e lasciare quell’area e quei simboli mostruosi in balia della criminalità e del degrado sociale. La Regione Campania non ha né i mezzi, né le competenze, né la cultura per realizzare un progetto simile e non li ha neanche il Comune di Napoli si cerchino altrove le soluzioni, ci si faccia consigliare da competenze europee e da progettisti del recupero ambientale internazionali, ma soprattutto chiediamoci tutti da dove dovrebbero uscire questi soldi.

Franco Cuomo – Coordinatore Circolo VAS- Costiera Sorrentina 
   

Nessun commento:

Posta un commento