sabato 19 settembre 2020

A VICO EQUENSE PARERI PAESAGGISTICI E PERMESSI A COSTRUIRE SI DANNO QUANDO L'OPERA E' QUASI GIA' FINITA.

 




L'AFFRONTO ARROGANTE ALLE LEGGI URBANISTICHE. NON UN SOLO CONSIGLIERE DELLA MINORANZA O OPPOSIZIONE O IL PD IMMAGINARIO CHE ABBIANO FIATATO.


L’affronto più arrogante che si possa fare alle istituzioni e alle leggi è quello ormai abitualmente si pratica a Vico Equense, dove si danno pareri paesaggistici ( il permesso a costruire non è stato ancora dato, lo avrà tra qualche settimana) quando l’opera è già quasi a metà della sua costruzione. E’ quando è accaduto e sta accadendo per l’ex Pagliarella: l’area della vecchia pizzeria è diventata un parcheggio per il momento a due piani, una parte interrata da dove si potrà accedere da via Cristoforo Colombo e un secondo piano che è quello che si vede dalla strada: VARIANTE IN C.O. AL PERMESSO DI COSTRUIRE N. 1/2016, INERENTE REALIZZAZIONE DI AUTORIMESSA INTERRATA PERTINENZIALE AI SENSI DELLA L. 122/89 E L.R. 19/01 E SS.MM.II. - DITTA: MIGLIACCIO GIOVANNI. Chiunque direbbe , va bene, fanno un parcheggio ne usufruisce la città; certo, ma perché solo oggi appare l’autorizzazione paesaggistica quando i lavori sono iniziati più di un anno e mezzo fa e sono continuati indisturbati fino ad oggi che è stata già realizzata anche la copertura del secondo piano e ancora non si sa come finirà? E soprattutto, quando l’amministrazione consente questi abusi, perché di abuso si tratta, visto che là non c’era nessun condono perché la pizzeria “si incendiò” e i volumi, in parte coperti da lamiere non erano certo quelli che si stanno realizzando ora, perché l’amministrazione non chiede una corrispettivo al proprietario? Ovvero: Io ti faccio fare questo lavoro, che non è proprio in regola, però poi tu mi dai venti posti auto che diventano box di pertinenza del comune ad uso dei cittadini . E’ una storia vecchia come il cucco, è la stessa storia in piccolo che è accaduta col parcheggio Passarelli in piazza Mercato, che non si chiama piazza Giancarlo Siani e neanche piazza Kennedy, ma Piazza Mercato. Anche li il comune doveva pretendere un corrispettivo in box auto e non lo ha mai preteso e ora le macchine dei vigili parcheggiano davanti al nuovo Comune e Aequa news che non conosce né fatto, né storia protesta perché i bambini non hanno lo spazio per giocare! Prima di scrivere, informatevi! Qualcuno si chiede perché si elargiscono questi “favori” ai privati? In cambio di cosa? Il dato incontestabile è che l’autorizzazione paesaggistica per l’ex Pagliarella arriva solo oggi e sarebbe interessante sapere o leggere i pareri emessi dalla Ce.Ci., la Commissione Edilizia Comunale. Purtroppo questo, lo ripeto e me ne assumo la responsabilità , è lo stile praticato dal settore urbanistico del Comune di Vico Equense. Ricordo solo per la cronaca, che su questa costruzione ( insieme ad altre due) grava un esposto alla Procura della Repubblica presentato da tre associazioni ambientaliste: VAS, WWF e Italia Nostra, affinché si faccia chiarezza sulle procedure seguite.




mercoledì 26 agosto 2020

CHI VOTERO' ALLE REGIONALI


 Potere al popolo. Non voglio fare il filosofo, ma, pur appoggiando tutte le rivendicazioni di questa formazione , condividendole tutte nessuna esclusa: dalla difesa dell’ambiente e del territorio, alla tutela dei beni comuni e dei diritti inalienabili dei cittadini, mi disturba nel nome quella parola “popolo”, e, sebbene, proprio nel nome, questa formazione sembra rimandare a mitici gruppi che negli anni ’70 rappresentavano le avanguardie della lotta politica, penso a Potere Operaio e Servire il Popolo, formazioni dalle connotazioni marxiste leniniste e maoiste, oggi la parola popolo mi disturba perché dietro di essa non c’è più niente che rinvii a come essa veniva intesa negli anni ’70: sono sparite le analisi economiche in chiave di critica al capitalismo, sono sparite le connotazioni di classe e di lotta di classe, è sparito da questo termine il marxismo. In effetti Marx costruì la categoria politica di proletariato proprio in contrapposizione a quella classica di popolo, eccessivamente inglobante e soprattutto omogeneizzante e molto generica, proprio perché essa finiva col mascherare o occultare o ignorare i conflitti di classe. In tal senso, la nozione di popolo sarebbe chimerica, foriera di pericolose illusioni laddove politicamente strumentalizzata da tutti. Da qui, la mia diffidenza , verso il termine popolo e qualsiasi concezione organica di esso. Il primo dovere allora di un intellettuale oggi, ammettendo che esista ancora una figura simile, o comunque che qualcuno ancora la riconosca o vi dia importanza, è quello di insegnare alla gente a non ascoltare le mostruosità linguistiche o gli inganni linguistici che spesso si nascondono dietro a linguaggi fuorvianti. Non è naturalmente il caso di Potere al Popolo, di cui riconosco l’onestà intellettuale di base, ma vorrei però evidenziare che il termine oggi è fortemente abusato da tutti e inoltre, i detentori di quel potere omologato che attraverso i media controllano ormai il pensiero di tutti, utilizzano in chiave dispregiativa il termine populismo, per nullificare qualsiasi protesta venga dal basso, ovvero dalle classi subalterne, benché oggi un’altra menzogna sostenuta dal potere è quella di dire che le classi non esistono più. E allora, in altre parole il dovere di un intellettuale oggi sarebbe quello di rintuzzare tutte le menzogne che attraverso la stampa, la televisione, i social media, inondano e soffocano questo paese Italia, perché la lingua che parliamo è diventata la lingua della menzogna, perché essa è infarcita di luoghi comuni che ormai fanno a meno di qualsiasi analitica di verità ( Foucault, Pasolini), una cultura putrefatta che veicola un genericismo concettuale ad uso e consumo dei poveri del mondo, illudendoli di farli partecipare al gioco democratico, dove di democratico ormai non c’è più niente,una lingua mescolata con la cultura tecnologica, in concreto, una lingua che è pura teratologia ovvero, raccolta di cose mostruose, per lo più false in cui i termini sono ridotti a pochi lemmi, e dunque, una di queste parole che oggi suona falsa è appunto POPOLO. Se si capisce questo e se ne spiega il perché allora si è su una buona strada. Ultima considerazione : il fascismo della vulgata dominante, per intenderci anche quello del PD, ostenta un non celato disprezzo verso gli intellettuali chiamati con valenza dispregiativa: “sapientoni”. Da sempre la piccola borghesia e la borghesia hanno profondamente e visceralmente disprezzato gli intellettuali, quelli del PD che manifestano questa attitudine sono incastonati nell’essenza più recondita di un sentire fascista. Premesso tutto ciò, credo che voterò PAP, ovvero Potere al Popolo.

sabato 25 luglio 2020

Sono responsabile, faccio sempre ciò che mi viene detto di fare e non lo trovo neanche pesante.






La base di ogni autoritarismo: sono anche educato e civile e eseguo ciò che mi viene detto di fare. Una volta, negli anni cinquanta del secolo scorso, Theodor W. Adorno, Max Horckheimer ,Else Frenkerl-Brunswik, Daniel Levinson e Nevit Sanford furono tutti ricercatori dell’Università della California di Berkeley e diedero una definizione della teoria della personalità autoritaria. Purtroppo nessuno legge più queste cose, ammettendo che si riescano ancora a trovare nelle librerie, invase da manuali da cucina e romanzetti.

Avrebbero dovuto leggerlo tutti, dalle maestre elementari ai docenti più colti. Questo studio stigmatizzava i principali tratti di una persona incline a subire e accettare un autoritarismo, e spiegava le origini dell'antisemitismo e dell'etnocentrismo e poi del fascismo. Non era né il caso della società americana di allora,dove pero germogliava il seme di un pesante conformismo che viaggiava su altre basi, né quello delle nostre società di oggi dove però l'abbassamento culturale generale sta originando germi di pericoloso autoritarismo, anche se loro, Adorno soprattutto e poi Eric Fromm verificarono che queste personalità sostenevano fortemente il conformismo più becero e ossessivo, e moltissime di queste"brave persone" come loro stesse si definivano sostenevano per esempio il Ku Klux Klan e avversavano l'emancipazione nera.

Lo studio faceva un elenco delle persone che si dichiaravano di essere sinceramente democratiche e tra queste, la maggioranza, attraverso un test di personalità, c'era chi metteva sullo stesso piano per esempio: il codice della strada che obbliga a certi comportamenti che non si possono contestare o derogare perché altrimenti si creerebbe il caos sulle strade si metterebbe a repentaglio la vita e le misure economiche e sociali del governo che, invece dovrebbero poter essere sempre discusse e contestate, o il sistema dei mass media che supporta sempre i governi o un potere governativo. E argomentavano più o meno così a chi gli faceva notare discrepanze e contraddizioni o diktat impositivi governativi, che loro non capivano perché ci si meravigliasse che loro non ponessero in discussione quel sistema di regole, quando invece era così naturale seguirle come appunto si seguiva il codice della strada. Gli studiosi evidenziarono che moltissime persone si definivano responsabili e corrette, educate e civili perché eseguivano sempre quello che a loro veniva chiesto di fare e non si chiedevano mai perché a loro venisse chiesto di fare cosi o perché le venivano fornite quelle determinate indicazioni.

Queste persone si sentivano responsabili ed erano strenui difensori dello status quo e avversavano chiunque non si conformasse a questa tipologia di risposte chiamandoli: sovversivi, oltranzisti, estremisti . Oggi è molto raro che qualcuno studi questi autori, il livello dei formatori delle agenzie educative, come si chiamano adesso, tranne qualche eccezione, è molto basso. Il rischio che oggi si corre, il rischio già in atto è la creazione del freak, del diverso: quelli che si definiscono responsabili e corretti, accettando tutto ciò che viene imposto con strategie comunicative non corrette e non si rendono conto che partecipano alla criminalizzazione di chi continua a voler pensare con la propria testa o semplicemente di chi non si vuole uniformare ad un modo di pensare dominante. Bisognerebbe ricordare che la diversità è sempre ricchezza.Lo studio è edito dalle Edizioni Comunità, ma credo che oggi si possa trovare solo in una biblioteca molto fornita.

lunedì 20 luglio 2020

Finalmente la guerra finì

             
Lei, 1945
 Finalmente la guerra finì, era l'8 maggio 1945 con la resa tedesca, era una luminosissima giornata di primavera. Dopo l’annuncio dato alla radio o per qualche altoparlante, la gente si riversò nelle strade, abbracciandosi, stringendosi, chi piangeva di gioia chi sventolava bandiere, le campane della chiesa suonavano a distesa, ma si sentiva, anche, portato dalla brezza di maggio lo scampanio, di quelle di Marano, di Qualiano e di Giugliano.   
            Ma le vicende assai particolari che caratterizzarono quel momento  davano un quadro assai disordinato ed era  difficile il compito di stabilire chi erano vinti e chi erano i vincitori, ma a tutta quella gente questo non importava. Mamma, insieme ai fratelli (dei due partiti non si sapeva ancora il destino e come vi ho già detto qualche pagina prima tornarono dopo un rocambolesco “viaggio”), corse nella piazza dove si era raccolto tutto il paese, tra le scale della chiesa e il fusto di cannone che commemorava i caduti della prima guerra, aveva vent’anni e con la sorella Teresa e i cugini e le cugine festeggiavano insieme a tutti la fine di un incubo. C’era gioia, felicità e la speranza di ricominciare a vivere in pace. In un mese, tra i primi di aprile e la prima settimana di maggio del 1945, a distanza di poche ore, si consumava una tragedia collettiva che aveva fatto circa cinquanta milioni di morti tra militari e popolazione civile. Mussolini scappava travestito da tedesco e veniva preso e fucilato presso il confine italiano, e Hitler si sparava un colpo di pistola o forse lo sparò qualcun altro nel proprio bunker a Berlino. Il mondo non ne poteva più. Mamma nella sua ingenua felicità, rideva, saltava,come una bambina, una ventenne di allora era come una decenne di oggi e forse nemmeno,si stringeva ai cugini, pensava a mio padre conosciuto nel 1939, quando aveva fatto una gita con il parroco di Calvizzano e si erano innamorati, lei quattordicenne e lui quindicenne che giocava a pallone “in mezzo alla domina” sei anni prima, e poi rincontrato  un anno prima a Vico, quando lei era insieme alla famiglia Finicelli, dove faceva compagnia alla signora Giovanna, tutti sfollati da  Napoli a Vico, ospitati a Villa Paradiso. Gioiva e si stringeva alla sorella e stretta in un sentimento al quale neanche lei sapeva dare un nome ma che sapeva certo in che direzione andare.
La direzione però, fu quella che il fratello maggiore, Raffaele  decise, come spesso accadeva allora: padri padroni e fratelli padroni e la direzione fu  che per mia madre era giunto il momento di portare soldi a casa zia Teresa già lavorava da tre anni e dunque ora toccava pure a lei. Zio Raffaele lavorava nella fabbrica dei Finicelli, ai Ponti Rossi, la fabbrica produceva gavette in alluminio per l’esercito italiano, l'attività della famiglia Finicelli  crebbe moltissimo durante la prima guerra mondiale e la seconda. Abitavano tutti a Villa Bozzi, sempre ai Ponti Rossi, oggi la villa è di proprietà di un ente religioso, ma allora, grandissima, era abitata da famiglie facoltose, compresi i proprietari: i marchesi Bozzi. Nella villa abitavano i signori Brown, i marchesi Bozzi che erano i proprietari della villa. I Brown avevano uno splendido e grande appartamento. La villa era davvero molto grande, un monumento nazionale insieme al grande  e splendido parco che, ancora oggi, confina con il bosco di Capodimonte. I Brown c’erano arrivati da poco, nel 1945, e la signora Pia, moglie di mister Clemence: una donna elegante e schiva che- dai modi aristocratici – a dire di mia madre- somigliava alla La signora Parkington, la protagonista di un film di allora e che,  aveva sempre un atteggiamento amorevole e gentile con lei, capitata in quell’enorme condominio benestante. Poi c’erano i signori Scholl, il direttore Scholl, tramite il quale mio padre fu assunto a lavorare come contabile nella OSRAM , il cui figlio Nino era allora fidanzato con la figlia dei marchesi Bozzi, la bellissima Sara, che di li a poco sposò, i signori Fortunato e, appunto poi i signori Finicelli,  che erano tre famiglie in una, una enorme famiglia patriarcale. Ogni famiglia contava circa una dozzina di figli, e vivevano in un’altra ala della villa, ognuna occupando un piano, e spesso pranzavano insieme. Ogni volta era una festa, anche perché la signora Giovanna era una bravissima cuoca esperta in fritture. Quando un fratello del signor Giovanni decideva di  portava tutti i nipoti e i figli al cinema, noleggiava più carrozzelle, e dai Ponti Rossi, percorrendo tutta via  Foria arrivavano in centro. Fu così che  il signor Giovanni Finicelli chiese a mio zio Raffaele, se conoscesse qualche ragazza che potesse tener compagnia a sua madre già vecchia, perché lui era sempre occupato in fabbrica e la moglie, la signora Giovanna era impegnata nell’educazione delle sue figlie, Assunta e Concetta, ovvero:  Susi e Nuccia che divennero compagne di giochi di mia madre.
Una decina di anni fa, quando lei ancora riusciva a camminare,  la portai a Villa Bozzi ( oggi c’è un istituto religioso ) e lei, prima un po’ riluttante, come se quel luogo non gli appartenesse o forse non lo aveva mai amato, ricordò tutto, come per incanto: la scuderia, il campo da tennis dove giocavano Sara e Nino, la foresteria, il poggio, e il piccolo belvedere da dove si vedeva la chiesa del Volto Santo, dove lei si incontrava con papà.
E’ lei che mi ha raccontato tutto questo, ma quando lo faceva, stringendo i piccoli occhi, per me era come se avessi già saputo tutte quelle cose, quei nomi, quei racconti, quegli intrighi di vite che si mescolavano in un tempo di profondi sconvolgimenti ero già con lei, ero già lei.

sabato 18 luglio 2020

INTERVENTI DI ALLACCIO FOGNARIO SU VIA DEI MULINI. SARA’ UN’ALTRA COLATA DI CALCESTRUZZO?

Via Mulini Vico Equesne

basoli di arenaria, tracciato romano

Basoli di arenaria tracciato romano

come potrebbe farsi l'intervento, vico Aponte VicoEquense
vico Aponte Vico Equense, vico Castello era cosi ed è stato distrutto 

 

Era un tratto dell’antica Via Minerva, che collegava la piana vesuviana al promontorio dedicato alla dea dei naviganti, fino alla Punta della Campanella ,Tra Castell’a Mare ed Equa si segue il detto Monte Lattario, che termina all’Ateneo, o Capo di Minerva, che prende il nome dal latte delle vacche, del quale parlano Procopio e Cassiodoro. Questo tratto era l’unico e ancora molto trafficato, prima che i Borboni costruissero la strada costiera, sin dall’età imperiale, e nel tratto di Vico Equense arrivava fino a dove poi è sorta la chiesa di S.Maria del Toro, oggi quel tratto si chiama via dei Mulini, cosiddetta perché in passato si trovavano dei mulini ad acqua, i cui resti una volta visibili oggi sono quasi scomparsi del tutto, la strada si ricongiunge a via S.Francesco proseguendo quindi per l’antica via della Sperlonca e continuava fino a Pozzano e da li nell’agro sarnese: la frana del 1966, ne trascinò a valle un tratto, mentre quello che la congiungeva a Pozzano è crollata a seguito di altri episodi franosi. Ho fatto questa premessa, perché su via San Francesco e su via Mulini l’assessore ai lavori pubblici nonché all’ambiente(sic!) , Gennaro Cinque, sta “incontrando” tutti i proprietari per “proporre” i lavori interrati di allaccio fognario, più Enel e fibra e forse gas. 

Sono certamente lavori necessari e utili, ma ormai tutti sanno, come lavora l’assessore e quali sono le “sue”maestranze, e che, l’assessore ha la mano pesante nel cementificare il territorio dai sentieri alle spiagge, e così, stradine che avevano una loro connotazione e caratteristica storica, costruite cioè con materiali quali basolati lavici o pietra arenaria, sono state coperte con una pesante e anonima malta cementizia: così è sparita via Noce con i suoi gradini di pietra, così è stato distrutto il vicolo Castello, e grossi interrogativi permangono circa il restiling di via Monsignor Natale, Via Giusso, via XIV Febbraio, Via Vescovado, ovvero tutto il centro storico della città.

Ora il tratto di Via Mulini che da Santa Maria del Toro arriva fino all’incrocio con una strada privata, che unisce via dei Mulini con via San Francesco, è già tutto cementificato, ma da quel punto fino a via San Francesco, un punto bellissimo che si inerpica tra vedute mozzafiato tra ulivi lussureggianti, insiste un fondo stradale, sul quale in maniera provvisoria e raffazzonata sono stati più volte fatti rattoppo con catrame e pietrisco che hanno coperto, laddove non sono state asportate e sparite, le lastre di arenaria che in alcuni tratti sono ancora visibili. 

So che su quella stradina si affacciano le ville di facoltosi intellettuali e uomini di cultura, docenti universitari e professionisti affermati e io, nella qualità di coordinatore di un circolo VAS locale, è a loro che mi rivolgo e mi appello: vigilate affinché una della stradine più suggestive del territorio, nonché, una strada romana, l’antica via Minerva, non venga stravolta da interventi che ne distruggerebbero la bellezza e cosa più importante la memoria storica dei luoghi. Non si pretende di ricostruire l’antica strada, ma di tener conto dei materiali che potrebbero fuoriuscire al momento degli scavi e ad una scelta di interventi consoni e appropriati al contesto ambientale circostante

Solo voi proprietari potete farlo in virtù dello Ius proprietario, l’unico che potrebbe farsi valere contro gli interventi di un assessore che ha già dato prova tangibile di non avere né la cultura, né la sensibilità, né interesse alcuno a salvare e tutelate il bello che ancora resiste sul nostro territorio, neanche le opposizioni, al momento  sembrano interessate alla vicenda.



giovedì 18 giugno 2020

" Professò t stai allargan tropp assai"






Le anime belle si sono rizelate offese, i miei modi, un po’ bruschi, rudi, un po’senza educazione, come se li avessi chiamati imbecilli e non l’ho mai fatto, dico solo che forse non sanno come si fa veramente politica alla opposizione e non. I miei modi sarebbero    un po’ estremi per Pino Porta, perché sono intellettuale, e si sa gli intellettuali sono il male di questo paese. Più coglioni si è, e  meglio si è. E  cosi l’anima bella che fa politica come se facesse un minuetto,  mi rinfaccia la mia cultura, come se io stessi lì a sciorinare  citazioni a ogni piè sospinto, mentre  queste battaglie per la legalità e il mare per  tutti, o per la tutela del paesaggio e del territorio della mia terra, quel poco di cultura che avevo me la stanno  facendo pure dimenticare perché a mala a pena riesco a leggere un libro. Loro  invece sono propositivi – è il nuovo outfit del momento, un po’ Ennio Doris, un po’ Silvio Berlusconi;  fanno progettini, propostine, videoconferenzine e intanto gli squali , quelli marpioni, grossolani, quelli  rozzi, quelli che hanno gli agganci giusti e fanno circolare soldi , si stanno mangiando il paese intero, la collina tutta,   dove imperversa un abusivismo sfrontato , coperto e autorizzato dai tecnici comunali, sempre in  deroga al PUT, e coperto da altri enti preposti al controllo. E si sono mangiati  le nostre coste, date in gestione a persone che se ne sono appropriate come se queste fossero di loro proprietà, che le anno cementificate e chiuse con cancelli, che dicono di morir di fame e di essere poveracci, però poi spendono migliaia di euro per baracche e ristoranti improvvisati che somministrano alimenti senza controlli,  su  quelle stesse coste che una volta erano di tutti e che ora non lo sono più. Individui ricattabili dagli squali grossi, ai quali devono prebende e voti, individui senza dignità, portatori di voti,  e siccome scrivo tutto questo, coperto da una sigla gloriosa che è quella dei VAS,  le anime belle dicono che sono maleducato, estremo, intellettuale, loro che giustamente sono damerini  matricolati,con giacchina e cravattina, che avranno fatto si e no qualche corso da qualche parte, e credono di sapere l’ABC della politica o di come si fa politica.   loro rimango li a giocare a fare i propositivi, fanno i grandi, i responsabili ma in fine dei conti non danno fastidio a nessuno. A questi signori e a quelli che mi leggono, dico che oggi pomeriggio, sotto il tergicristallo della mia macchina ho trovato un “ammonimento”, un…diciamo, “ avvertimento”, evidentemente  anche qualcun altro non gradisce i miei modi sbrigativi. Io credevo fosse una contravvenzione, e mi sono detto: “ ma no, la park card è pagata”. Non era una contravvenzione era quello che potete leggere che dovrebbe far capire a tutti che cosa c’è ormai a Vico Equense, grazie a chi ci sta amministrando e cosa è veramente diventato questo posto. Qualcuno dirà : “è già successo a Tizio e a Caio”, e minimizzerà io rispondo :” ora sta succedendo a me” e non mi piace.


lunedì 8 giugno 2020

La scrittura è pulita, parlare è sporco. Sporco perché parlare è sedurre.

Gilles DELEUZE filosofo




“ […] Non mi sento affatto un intellettuale, un uomo istruito, per una ragione molto semplice: quando vedo qualcuno che è colto mi spavento. Posso provare ammirazione per certi aspetti, per altri assolutamente no. Si distingue bene una persona colta: ha un sapere spaventoso su tutto. Se ne vedono molte di persone così fra gli intellettuali: sanno tutto e sono al corrente di tutto. Sanno la storia italiana del Rinascimento, conoscono la geografia del Polo Nord, insomma si può fare un lungo elenco: sanno tutto, possono parlare di tutto, è terribile. Quando dico che non sono istruito né sono un intellettuale intendo una cosa molto semplice, e cioè che non ho nessun sapere “di riserva”. Almeno così non avranno problemi, alla mia morte, perché non ci sarà da cercare nessun inedito, niente. Questo perché non ho nessuna riserva, nessun sapere di scorta. E tutto quello che imparo, lo imparo per uno scopo. E quando lo scopo è raggiunto, lo dimentico, in modo da essere costretto a ricominciare da capo se, ad esempio dopo dieci anni, devo tornare sullo stesso argomento. Ricominciare da capo mi dà molta gioia. Salvo qualche caso molto raro, come ad esempio Spinoza che è nel mio cuore, dimentico tutto. Però in questo caso parliamo del mio cuore non della mia testa. Non ammiro coloro che hanno una cultura spaventosa perché sono persone che parlano. Sanno parlare e hanno viaggiato, innanzitutto: viaggiano nella storia, nella geografia, ovunque. A volte li vedo alla televisione, sono stupefacenti. Poiché sono pieno di ammirazione posso anche fare i nomi: ad esempio Umberto Eco. È prodigioso, qualsiasi cosa gli si dica è come se si spingesse un bottone e via, lui comincia a parlare. Non posso dire di invidiarlo, sono stupefatto, ma non lo invidio per niente. Da questo punto di vista cos’è la cultura? La cultura consiste molto nel chiacchierare. Soprattutto ora che non insegno più, da quando sono in pensione, mi sembra sempre di più che parlare sia un po’ “sporco”. La scrittura è pulita, parlare è sporco. Sporco perché parlare è sedurre. Non ho mai sopportato i convegni. Fin da quando ero giovane, non li ho mai sopportati. Non viaggio, potrei viaggiare anche se la mia salute me lo impedisce, ma non lo faccio perché i viaggi degli intellettuali sono una buffonata. Non viaggiano, semplicemente si spostano per parlare. Partono da un posto dove parlano, per andare in un altro posto dove devono parlare. E poi parlano anche a pranzo, con gli intellettuali del posto. Non smettono mai di parlare, non lo sopporto. Parlare, parlare, parlare è insopportabile. Dunque, siccome penso che la cultura sia molto legata alla parola, in questo senso allora odio la cultura. Penso invece alla questione di “stare in agguato”. Non credo alla cultura. Da un certo punto di vista credo agli incontri. E gli incontri non si fanno con le persone. Si pensa sempre che gli incontri si facciano con le persone. Ma è terribile vedere gli intellettuali che si incontrano tra loro, la schifezza dei convegni, un’infamia. Ma non si fanno incontri con le persone, si fanno incontri con le cose. Incontro un quadro, incontro un’aria musicale, una musica, ecco cosa sono gli incontri. Ma quando le persone vogliono anche incontrarsi tra di loro, incontrare altra gente: questo non è un incontro. Sono deludenti, sono catastrofici gli incontri con le persone. Quando vado al cinema non sono sicuro di fare un incontro. Parto, sto in agguato, ci sarà forse qualcosa da incontrare? Un quadro, un film, questo è formidabile.

Gilles Deleuze, un breve passaggio tratto dal brano “C comme culture”, in L’Abécédaire de Gilles Deleuze, a cura di Claire Parnet con la regia di Pierre-André Boutang.