martedì 24 aprile 2012

To Rome with Love



Ieri ho visto l’ultimo film di Woody Allen To Rome with Love. Dopo aver visto Midnight in Paris, mi è venuta un po’ di frustrazione. Ho pensato: perché ha descritto i francesi così moderni e brillanti e noi così primitivi, o se volete “ piitoreschi” come lo pronunciava Enrico Montesano quando faceva la signorina inglese. E’ mai possibile che uno intelligente e colto come lui abbia voluto rappresentare la parodia dell’Italia degli anni ’50 o addirittura di prima ancora? Ho letto tutta la stroncatura da Denise Pardo su l’Espresso, come ho letto l’esaltazione che ne ha fatto Francesco Merlo su La Repubblica, poi sono ritornato alle mie impressioni,  agli scambi di opinione con amici con i quali ho visto il film. Uno di loro sosteneva che Woody Allen con questo film vuole suggerirci di ritornare a come eravamo negli anni ’50. Un po’ caciaroni, con la nostra super storia e le nostre antiche vestigia che – in fondo, non a torto – sono la nostra grande ricchezza come il  buon cibo. Per questo siamo famosi e celebrati nel mondo. Insomma! Meglio quello che eravamo piuttosto che quello che siamo veramente oggi. Così dunque riproporre i nostri stereotipi, forse ironizzando, forse no: il bel canto (sotto la doccia) perché tutti gli italiani sanno cantare, il buon cibo, il melodramma. Il film visto da questo punto di vista vorrebbe essere un invito a coltivare le nostre radici. Potrebbe essere una lettura valida perché no? Ma non mi convince del tutto e forse il film alla fine non mi è piaciuto, ma non per il contenuto che veicolava bensì per la debolissima ed inconsistente struttura narrativa. Di certo colpisce l’esagerazione convenzionale dello stereotipo e qui ha ragione Denise Pardo: “gli uomini indossano la canotta bianca super ascellare e usano affacciarsi alla finestra in tale déshabillé (fanno la doccia cantando l'opera lirica italiana, se sposati hanno l'escort di riferimento con cui spassarsela: su questo si può immaginare la fonte dell'ispirazione) e sono bruni, barbuti e pelosi e molto machi […] il lato femminile della faccenda, invece, parla a malapena, lo chignon come pettinatura e un daffare tra mattarelli e polpette. La corrispettiva americana fa la strizzacervelli, ha jeans di marca e occhiali da sole da 300 dollari almeno, comprati con i suoi soldi, non quelli del marito. Quella italiana è molto rispettosa del coniuge e sotto al vestito porta la sottoveste e – aggiungo io – impugna ancora il coltellaccio per difendere il suo uomo. La sottoveste? Sì ma non intrigante, colorata o contenitiva per furbi curvy. No, siamo nella città del papa. E l'indumento è chiuso quasi al collo, fiori sbiaditi da lavaggi frequenti, cotonaccio ruvido: un vetusto modello nemmeno da sora Cecioni. Un capo "povera ma bella". Manca solo il rammendo neo realista anni Cinquanta” (Denise Pardo, L’Espresso). Insomma nel film ci sono molte contraddizioni o ingenuità: volute o realmente tali? Questo resta difficile da capire.  Io da italiano del 2012 ho visto un film caricaturale, con un sottofondo di Ciripiripì, Arrivederci Roma, Volare. è un po’ come se fossi andato su una bancarella di souvenir. Quella che Allen propone è l’Italia della cartolina che neanche si trova più. Bravissima Judy Davis, degna moglie psichiatra di Woody Allen. Bravo Albanese nella parte dell’attore, ovviamente bellissima Penelope Cruz, prevedibile e scontato Benigni, varie comparse inutili: Maria Rosaria Omaggio, Ornella Muti. Non ho dimenticato Alec Baldwin, ma la storia di lui che si rivede ragazzo l’ho trovata francamente scema.  Va detto per rigore cinefilo che Woody Allen comunque non è mai stato un regista realista, nel senso che non ha mai tentato di fare descrizioni naturalistiche. Chiunque abbia visto un film di Woody Allen sa bene che il realismo non è tra i suoi interessi. Anche la New York raccontata in Manhattan o quella di "Io e Annie" è abbastanza edulcorata ma è quello che quella metropoli rappresenta nell'immaginario del regista, e così pure la Londra di Mach Point, che gli inglesi avranno riconosciuto in parte, e Barcellona di  Vicky Cristina Barcelona. In ultima analisi è la testimonianza definitiva dell'immagine oltreoceano di Roma e dell'Italia tributata da un regista smagato e nevroticamente intellettuale e di mondo, ma che però coltiva verso l’Italia lo stesso identico immaginario di uno yankee claustrofobico e per scelta poco attento al mondo che cambia.

Franco Cuomo

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