mercoledì 12 marzo 2014

L’essere e il tempo... del pendolare metropolitano


Alzo lo sguardo dal libro che sto leggendo, ma di fatto mi sto svegliando da un torpore sonnolento. Leggere filosofia in treno. Leggere un saggio su Heidegger in treno. Terapia catartica? Sadomasochismo? Sulla destra mi appare il gigante addormentato. Chi guarda il Vesuvio dalla Circumvesuviana o da un qualsiasi punto del Golfo, nota – all’altezza di Santa Maria la Bruna – una collina, alta circa 185 metri, che addolcisce con il suo declino verde l’arida, imponente mole del vulcano. In cima, una chiesa barocca bianca e un’austera costruzione color terra bruciata. Sono i Camaldoli di Torre del Greco, ma il posto è conosciuto anche come Colle S. Alfonso. Ogni volta che guardo quel colle dal treno mi viene in mente il re ostrogoto Teia. La storia dice che quando il cadavere di Teia venne riconosciuto fu decapitato e la sua testa innalzata su un'asta affinché i due eserciti la vedessero. In questo modo i Bizantini sarebbero stati incitati a combattere, mentre gli Ostrogoti, alla vista del proprio sovrano morto, si sarebbero convinti ad arrendersi. Tuttavia ciò non accadde e la battaglia continuò a protrarsi fino al tramonto del giorno dopo quando i pochi superstiti decisero di negoziare. Firmarono un trattato di pace con il quale accettavano di abbandonare l'Italia e si impegnavano a non fare mai più guerra all'Impero. La disperata battaglia sotto il Vesuvio segnò la loro sconfitta definitiva. Ecco, quando i libri di storia descrivevano quest’avvenimento, io ho sempre immaginato che la battaglia si fosse svolta ai piedi di questa collinetta; non chiedetemi il perché. Immaginavo i due eserciti confrontarsi nella pianura sottostante, il clangore degli scudi e delle lance spezzate, il nitrire dei cavalli. La signora che mi opprimeva con la borsa nel frattempo è scesa ora si è seduto un operaio barbuto e corpulento che puzza di fumo, guarda il libro che ho in mano si aggiusta la patta si toglie il cappello di lana calato sulla testa, risponde subito al telefono e mi alita sulla faccia, io mi giro dalla parte della collinetta e penso alla battaglia tra goti e bizantini. Associo pensieri senza un senso preciso, si chiama astrazione da movimento: cambiare facile dire meno facile fare quante volte ho promesso e quasi sempre ho mentito a me stesso domani domani ..e i desideri diventano vani questo succede se non credi in te stesso alza la testa ma alzala adesso. Riapro il libro nel frattempo il paesaggio ha perso identità: la memoria e il paesaggio, la memoria del paesaggio, il paesaggio urbano, la memoria del passaggio. Ci sono giornate nelle quali non so proprio come farò ad andare avanti così. Immagino i prossimi due anni. Mi sento a pezzi e sfogo la mia amarezza,ansia e angoscia trattengo le lacrime. Quanti anni ho trascorso su questi treni? Nessuno può aiutarmi a parte me stesso, ma è ancora troppo presto,non riesco a non pensare a quello che questa gente seduta intorno a me mi sta facendo. Loro sono lì inconsapevoli della pressione che esercitano su di me. E’ sempre così. I livelli di tolleranza finiscono con l’esaurirsi e io con loro. Per un periodo ho preso la ferrovia dello stato, mi tranquillizzava l’idea che a bordo c’era il bagno, sulla circum non c’è, se ti capita di doverci andare devi scendere dal treno e prendere quello successivo oppure te la fai addosso, sono sempre sceso naturalmente anche se ci sono stati dei momenti che c’è mancato poco soprattutto quando dovevi attraversare una muraglia umana tutti schiacciati l’uno contro l’altro…lasciamo perdere. A Ercolano una volta sono sceso e fatto i miei bisogni in una latrina che nessuna descrizione potrà mai rendere per quello che era veramente con un tossico che si schizzava eroina in vena mentre gli colava il sangue sull’avambraccio perché stava fuori vena. Treni dell’esperienza sinestetica. So che per il mio bene dovrei cominciare ad accettare,ma accettare le menzogne e le ingiustizie non è mai stata una mia prerogativa e accettare tutto questo mi sembra troppo per qualsiasi uomo. In questi treni diventiamo tutti esseri del trasferimento che non possiamo sottrarci a ciò che di volta in volta ci porta altrove ma senza nessun inganno filosofico. In fondo cosa siamo? Falliti come animali, o animali mancati, sin dall’inizio siamo condizionati dalla cultura o dalla tecnica. Viviamo venendo al mondo e costruendocelo questo mondo. La macchina mi costerebbe troppo: gasolio, autostrada andata e ritorno, parcheggio e il rischio di non trovarla più. Ecco, noi siamo la storia, anzi noi siamo nella storia. Quando entriamo nell’ambito della storia o quando ci illudiamo di essere i padroni di una tecnica più evoluta, facciamo la scoperta di essere creature che oltre alle cure domestiche e concrete, e ci sentiamo coinvolti anche in faccende grandi e nobili. Guardo l’operaio seduto, lui guarda me: ha gli occhi arrossati e l’alito pesante di vino. Tutto il vagone è un miscuglio di aliti pesanti tutto il vagone è la democrazia realizzata. Siamo in un copione perché siamo animali mancati e non siamo stati salvati da nessuno. E dal momento in cui tutto questo ci riguarda:l’alzarsi al mattino, prendere il treno, marcare il cartellino in entrata, marcarlo in uscita, riprendere il treno, tornare a casa, dormire e ricominciare tutto daccapo, siamo stati condannati a diventare i padroni del mondo e a subirne l’ebbrezza del potere. E’ successo agli Egiziani e poi ai Babilonesi e poi a Persiani sui quali agiva l’azione di logoramento e l’intelligenza critica degli Ebrei e dei Greci e poi è successo a Romani e poi agli Europei e poi a Russi e agli Americani, fino a creare la realizzazione dello Spirito della storia concentrata tutta in quell’alitosi generale di un vagone ferroviario ogni mattina o ogni sera. La nemesi della storia che ci fa venire al mondo e ci getta in esso, un venire al mondo che si può verificare solo col trasferimento e con l’esodo giornaliero: l’essere e il tempo del pendolare metropolitano.


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