giovedì 12 aprile 2012

LA TUTELA DEL PAESAGGIO IN COSTIERA SORRENTINA


La concezione di paesaggio, o quella più comune di bellezze naturali, di cui si parla in questo articolo, relativamente al cambiamento ed alle modifiche dello stato dei luoghi in costiera sorrentina è quella di un’immagine storica, di una costellazione di immagini prodotte dal pensiero e dall’azione degli uomini in cui i termini di natura e storia, così come sono stati elaborati dalla critica filosofica romantica[1]sebbene distinti, sono strappati alla loro semplice opposizione e ricondotti in una configurazione che lascia apparire “in modo repentino” le contraddizioni profonde cha la stessa concezione di paesaggio racchiude in sé. Ora, abbandonando la concezione romantica del paesaggio, che si configurava sempre e comunque come un antagonismo tra il vissuto dell’uomo e la “pura naturalità” e che era un’astrazione ereditata dallo spinozismo, bisogna definire nuovi ambiti conoscitivi per definirlo.  Senza voler abbracciare il “nuovo credo” di Gilles Clemant[2] che è un’altra idea di “pura naturalità” ma questa volta interpretata in versione post moderna che non aiuta a definire o a dare nome alle devastazioni compiute dal fare umano. Per Clemant il paesaggio è innanzitutto un paesaggio interstiziale chiamato Terzo Paesaggio, ovvero uno spazio “incolto” o ciò che resta tra il costruito e ancora il costruito. Io credo che lo sforzo da compiere sia quello di formulare un’idea di paesaggio scevra da radicalismi concettuali. Una concezione che si basi fondamentalmente sull’idea di oikos, come di quello spazio abitato dagli uomini e che si modifica nel tempo: il paesaggio come la forma dell'ambiente in quanto ne rappresenta l'aspetto visibile[3]. Ma un oikos, per definirsi veramente tale, se vogliamo prestare attenzione al termine, deve essere abitato oltre che dagli uomini soprattutto dalle leggi e un paesaggio che da forma all’ambiente è un paesaggio tutelato da leggi e migliorato da queste.  Sovente, dalle mie parti, cioè in costiera sorrentina, mi capita di incontrare persone che conservano stampe che riproducono scorci e vedute di luoghi della penisola coltivando un gusto per l’oleografia spesso stucchevole e datato. Essi ritengono che il paesaggio, rappresentato in quelle stampe o in quei dipinti sia la forma ideale che dovrebbe avere il paesaggio e sono portati a fare questo ragionamento: se non riesco più a riconoscere nei luoghi che abito quei luoghi rappresentati nelle riproduzioni a stampa o a olio o a tempera, allora vuol dire che il paesaggio è stato degradato. Ben altri – a mio parere- sono i motivi del degrado del paesaggio in costiera sorrentina. Se per i pochi, il paesaggio dunque è una sorta cartolina, per i molti, politici e amministratori soprattutto, esso semplicemente non esiste più come problema, spazzato via da un’idea di sviluppo che oltre a cancellare l’idea originaria di natura e storia che fu dei romantici, distrugge il concetto stesso di ambiente, ovvero quell’oikos abitato da leggi che in/forma il paesaggio. Proporre modelli di sviluppo per la costiera sorrentina, significa selezionare e discernere tra quelli possibili, dando priorità a quelli credibili in una visione di medio o lungo termine.
Per un’area di eccellenza come la costiera, non tutti i percorsi di sviluppo sono validi e alcuni escludono automaticamente altri. Se si concorda, come in genere pare, sul considerare il turismo come perno dello sviluppo e risorsa economica dalla quale non è possibile prescindere, è al concetto di “abitare sostenibile” che bisogna guardare, insieme a quello di “urbanistica sostenibile” e di “edilizia abitativa sostenibile” in un’area che non può sopportare più alcun incremento costruttivo senza comprometterne seriamente la sua stessa tipicità morfologica.
Questa è una premessa necessaria, che va collegata al più generale concetto di “sviluppo sostenibile”e postula la “cultura del limite”, ovvero uno sviluppo senza spreco di suolo e di altre risorse non rinnovabili: il mare e il verde; che, riflettendo sulla ricerca di nuovi “valori” (che non sono unicamente quelli economico/strumentali) promuova un processo coevolutivo tra le cosiddette “economia dell’uomo” ed “economia della natura”. Un approccio olistico ed interdisciplinare che sappia appunto coniugare insieme le ragioni della sostenibilità ambientale e quelle della progettazione e pianificazione territoriale. Purtroppo la pianificazione territoriale ha prodotto spesso strumenti che sono andati nella direzione completamente opposta a questo postulato e che, hanno prodotto e producono ancora effetti devastanti .
La devastazione che tutto il territorio costiero ha subito con la costruzione di aberranti quanto inutili parcheggi interrati, con la conseguente scomparsa di intere aree coltivate ad agrumeto è un danno al quale non potrà opporsi più nulla, e questo scempio è stato possibile realizzarlo con una normativa regionale che ha permesso ai comuni di costruire in deroga ai piani regolatori comunali e al PUT il Piano Urbanistico Territoriale, che da molti politici, ma anche da moltissimi tecnici è stato spesso visto come uno strumento restrittivo e “mummificante” del territorio. E’ mio parere invece, che se non ci fosse stato questo strumento urbanistico, con tutti i suoi limiti, noi tutti oggi ci troveremmo di fronte ad una conurbazione sul modello losangelegno e che in qualche modo è già tristemente realizzato da Capua a Salerno e nella quale non permane più neanche la memoria del “terzo paesaggio” come teorizzata da Gilles Clemant[4], tanto fitta è la densità costruttiva.
 “I danni al paesaggio ci colpiscono tutti, come individui e come collettività. Uccidono la memoria storica, feriscono la nostra salute fisica e mentale, offendono i diritti delle generazioni future. L'ambiente è devastato impunemente ogni giorno, il pubblico interesse calpestato per il profitto di pochi. Le leggi che dovrebbero proteggerci sono dominate da un paralizzante 'fuoco amico' fra poteri pubblici, dai conflitti di competenza fra Stato e Regioni. Ma in questo labirinto è necessario trovare la strada: perché l'apatia dei cittadini è la migliore alleata dei predatori senza scrupoli. È necessario un nuovo discorso sul paesaggio, che analizzi le radici etiche e giuridiche della tradizione italiana di tutela, ma anche le ragioni del suo logoramento. Per non farci sentire fuori luogo nello spazio in cui viviamo, ma capaci di reagire al saccheggio del territorio facendo mente locale. La qualità del paesaggio e dell'ambiente non è un lusso, è una necessità, è il miglior investimento sul nostro futuro. Non può essere svenduta a nessun prezzo. Contro la colpevole inerzia di troppi politici, è necessaria una forte azione popolare che rimetta sul tappeto il tema del bene comune come fondamento della democrazia, della libertà, della legalità, dell'uguaglianza. Per rivendicare la priorità del pubblico interesse, i legami di solidarietà che sono il cuore e il lievito della nostra Costituzione.[5] In sostanza, non si può invocare genericamente la tutela del territorio, lo sviluppo economico, la bellezza dei paesaggi, il turismo di qualità, infrastrutture a tutti i livelli, se non si stabiliscono priorità, visionig, scenari convincenti per il futuro che fanno leva su alcuni di questi assunti facendoli diventare, appunto, non esclusivi ma prioritari. E’ necessario intanto sfatare il mito di una natura in sé, un’Arcadia idilliaca, né inseguire la fantasia di una penisola consegnata al ricordo letterario del Gran Tour: nessun ambientalismo che si voglia degnamente definire tale persegue questo fine. Sono solo i detrattori e spesso imprenditori in cattiva fede che accusano l’ambientalismo di una simile idiozia.  Però, lo stravolgimento morfologico che nel corso degli ultimi anni ha subito il piano di Sorrento, con un’esplosione abitativa e con l’interramento (pericoloso) di molti valloni, vie d’acqua in cui s’incanalavano i rivi collinari, sta sotto gli occhi di tutti. A tutto ciò, si è aggiunta la più recente e ancora attiva speculazione del sottosuolo e il degrado della costa e dell’ambiente marino compromesso già per il fatto di affacciarsi su di un golfo che è ormai scarico di una megalopoli. Sorte diversa, grazie ad un golfo più ampio e a una minore urbanizzazione ha la costiera amalfitana, diversa anche morfologicamente. In questi contesti dunque evolve il concetto di paesaggio e di tutela di esso, soprattutto per i luoghi di cui stiamo trattando. Sono convinto sempre di più della necessità di vincoli sovranazionali, vista la protervia e la povertà culturale dei nostro politici ed amministratori locali, soprattutto in materia di legislazione urbanistica. Quello della costiera sorrentina è un patrimonio che appartiene all’intera umanità e dunque non può essere lasciato alla corta visione di amministratori locali.  Il concetto di patrimonio mondiale si basa sull’universalità della sua portata: a prescindere dal territorio sul quale si trovano, i siti compresi nella Lista del Patrimonio Mondiale, hanno "eccezionale valore universale", ovvero appartengono ai popoli del mondo intero. Il concetto stesso di bene culturale diviene unione dell’aspetto culturale, inteso come azione umana, e di quello naturale, rievocando l’interazione tra l’essere umano e la natura e la necessità fondamentale di preservare l’equilibrio tra le parti.
 Mi piace pensare a un ideale di bellezza che coniughi ancora alla maniera aristotelica: il bello, il buono, il giusto all’interno di un progetto che consideri necessario che “omne ens habet aliquod esse prium[6], che ogni ente possiede un’essenza singolare  e che questa possa evolvere in armonia col tutto. Sostengo quindi che un progetto d’architettura debba prioritariamente farsi portatore e garante di una visione del territorio, che ponga la tutela e l’integrità dei paesaggi al primo posto; dove il concetto di “paesaggio” è inteso come una summa tra ambiente naturale e le stratificazioni nei secoli dell’intervento dell’uomo mediati da norme e piani di tutela e vincoli e non viceversa, soprattutto in un’area carica di significazioni culturali come quella alla quale sto facendo riferimento. Vorrei ribadire intanto con forza  la necessità di pratiche autentiche di democrazia che dovrebbero sempre affiancare la progettualità costruttiva e non sto parlando di Architettura, ovvero di una pratica del costruire più complessa e con implicazioni culturali più ampie, quasi scomparsa dal territorio nazionale, ma della più modesta e purtroppo degenerata attività edilizia. Per pratiche autentiche di democrazia intendo: la partecipazione ex ante e non ex post, alla preparazione di strumenti urbanistici. Cosa che non avviene praticamente mai, soprattutto quando si presentano strumenti lacunosi che insistono sull’“elasticità” e la “liberalizzazione” in materia di norme sul paesaggio coniugando spessissimo gli interessi economici e di “sviluppo” con la tutela di quest’ultimo. Per fare un esempio: il discutibile prodotto che e passato sotto il nome di PTCP, ovvero, Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale o le ultime modifiche aberranti previste dal nuovo Piano Paesistico Regionale varato nel 2012. Da qui, la necessità di avere organismi di controllo più sensibili, più colti e meno interessati  allo sfruttamento economico del territorio.
  
Allo stato attuale, in costiera sorrentina si può constatare:

  • Una  urbanizzazione che ha ormai ridotto il cosiddetto piano di Sorrento (il piano su costone tufaceo da Meta a Sorrento) ad una conurbazione continua, con la drastica diminuzione del verde agricolo rappresentato dagli agrumeti con pergolato;
  • un  attacco alle zone collinari da parte dell’abusivismo edilizio, premiato da ben tre condoni edilizi, che ha reso il paesaggio della “corona collinare” per larghe parti scadente;
  • la  necessità e la volontà delle Amministrazioni di procedere alla creazione delle infrastrutture spesso carenti sacrificando le ultime aree di verde agricolo;
  • un  sistema dei trasporti basato, nonostante la valorizzazione delle “vie del mare” tentata ma ancora insufficiente, sugli autoveicoli, con il conseguente congestionamento del traffico nell’area costiera e uno scadimento complessivo della vivibilità;
  • uno  sviluppo delle zone interne largamente insufficiente, con scarsa qualità urbanistica dei piccoli centri delle frazioni collinari, cresciute in larga parte abusivamente e problemi di viabilità e di servizi.
  • Una crisi profonda del settore agricolo, che solo in maniera pretestuosa può essere messa in relazione alle norme paesistiche, che comporta un diffuso fenomeno di abbandono della coltivazione, in attesa di utilizzi maggiormente remunerativi con la realizzazione di abitazioni abusive o di parcheggi interrati o a raso da Vico Equense a Sorrento.
  • Una pratica del land grabbing anche in costiera sorrentina, ovvero la trasformazione - attraverso normative discutibili - di terreni destinati all’agricoltura in terreni ad uso edificatorio, ovvero in termini socio culturali e ambientali: un autentico disastro.

Dopo 40 anni la Regione Campania prova a dotarsi di un piano paesaggistico ma, invece di tutela, prevede nuove costruzioni, riqualificazioni e ristori, anche un una zona delicatissima a livello ambientale e già urbanisticamente satura come la costiera sorrentino/amalfitana. La direzione del piano in questione è sempre la stessa: meno vincoli, nuove costruzioni (anche se con il solito paravento della "pianificazione") e una strizzatina d'occhio all'abusivismo. Il punto più controverso è che la Regione Campania si autoproclama come ente che tutela il paesaggio,  che invece è materia di competenza esclusiva dello Stato". Sono molti i limiti di incostituzionalità che presenta il nuovo piano paesaggistico,  in esso si annuncia perfino che sarà creato un osservatorio per la qualità del paesaggio! Il piano, prevede da un lato la rivisitazione dei vincoli paesaggistici e ambientali; dall'altro, la possibilità di intervenire con abbattimenti e riqualificazioni, accompagnate da adeguati ristori, da definire con Comuni e soprintendenze. A volersi basare sulle "bonifiche" e sui "ristori" visti nel passato, c'è poco da stare allegri. Ci si muove dunque ancora una volta nella logica di un condono e di un attacco al territorio campano di pregio. Con questi indirizzi, ciò che viene messa in discussione è proprio la sopravvivenza del paesaggio costiero, compromesso già dalle politiche ambientali e da interventi discutibili e devastanti del centro sinistra ed ora minacciato dalle modifiche e dagli sdoganamenti liberisti del centro destra in materia di paesaggio.
Quello che questi amministratori e politici campani stentano a recepire o forse, non vogliono proprio recepire è che  il paesaggio è un bene complesso e dinamico, formato da fattori naturali costantemente interrelazionati e in evoluzione, con cui l’uomo si rapporta nel definire una propria immagine sul territorio e nell’ambiente. In tal senso, quindi, il paesaggio si connota come bene ambientale e culturale che rispecchia sempre una modalità d’essere antropologicamente rilevante[7].
Attraverso lo studio storico delle diverse normative sul paesaggio in cui il legislatore ha calato una differente aspettativa sociale, si può approfondire la conoscenza di un valore fondamentale per l’essere umano; il paesaggio, infatti, è il risultato di un rapporto, che si specifica come processo di identificazione dell’uomo su un territorio che egli stesso contribuisce a definire. 
Se il ri-condurre l'uomo sulla terra (il poetico) significa ri-portarlo all'autenticità, "abitare poeticamente" significa allora essere toccato dalla vicinanza dell'essenza delle cose. Questa vicinanza però non ci proviene da una conquista; al contrario è un dono. E' ciò che si ottiene avvicinandoci umilmente all'essenza vera delle cose.[…] E' un dono, insomma, esattamente come l'ambiente nel quale esistiamo: noi costruiamo nell'ambiente, ma l'ambiente non è solo ciò che costruiamo.”[8]


Franco Cuomo – Coordinatore V.A.S. Circolo Aequa
Vico Equense- Costiera Sorrentina




[1] Friedrich Heinrich Jacobi, Lettere sulla dottrina di Spinoza a Mosè Mendelssohn (1785). Trad. it. di F. Capra e V. Verra , Laterza, Bari 1969; Donata Brugioni, Il sentimento della natura nel romanticismo, in. Minuti Menarini, n.315, maggio 2004; Andra Chieregato ( a cura di ), Il Romanticismo e la nuova concezione della natura. Friederich Hoelderlin: Natura, Filosofia e Poesia, in:
[2] Gilles Clemant, Manifesto del Terzo paesaggio, A cura di Filippo De Pieri, QuodLibet,2005;
[3] Barocchi  R.., Dizionario di urbanistica, Franco Angeli, Milano,  sec. ed. 1984;
[4] op.cit.
[5] S.Settis, Paesaggio Costituzione cemento. La battaglia per l'ambiente contro il degrado civile, Einaudi, To.2010;

[6] Johannes Duns Scoto, Opus Oxoniense, Libro IV,distinctioXIII,quaestio I, in Opera Omnia, vol,VIII, Georg OlmsVerlagsbuchhandlung, Hildesheim, 1969,p.807;
[7] cfr. Katia Rossi, L’estetica di Gilles Deleuze, ed. Pendragon, Bologna 2005;
[8] Martin Heidegger, "Costruire abitare pensare" - in Saggi e discorsi, Mursia, Milano 1976;

Nessun commento:

Posta un commento