
A Cannes Paolo Sorrentino , come
già accaduto con Gomorra di Matteo Garrone, perpetra un grande inganno quello del cinema che vuole emulare
la letteratura. La Grande bellezza: un Sorrentino
pretenzioso e noioso e un sempre uguale a se stesso Toni Servillo. Un inganno
di due ore e mezzo circa di estenuante lentezza e di insopprimibile noia,
mitigata da un bravo Carlo Verdone e dalle battute facili di Carlo Buccirosso,
sullo sfondo una Roma adagiata su se stessa, silente e magnificamente imponente
come solo Roma caput mundi può essere.
Una Sabrina Ferilli che pure non è dissimile da come è dal vero, nel senso che non recita mai, regala uno
spiraglio di un’umanità in un ruolo rischioso. Intorno attori che non brillano
per eccezionalità recitativa forse proprio per mancanza di una struttura dei
personaggi da interpretare: Iaia Forte, Isabella Ferrari, Pamela Villoresi. Il
film si apre con un eserga da Cèline tratto da Viaggio al termine della notte: uno allora si aspetta la feroce cattiveria e la spietata
secchezza dello stile asciutto di Cèline, ma, fin dalle prime battute, ci si
rende presto conto che il film annaspa e si barcamena tra una improbabile
descrizione della decadenza di un mondo (il nostro ), un’ansia esistenziale
legata al sopraggiungere della vecchiaia ( buona parte dei personaggi è over
cinquanta, mentre i protagonisti
principali sono over sessanta) e il tentativo di una chiosa sulla letteratura
come trucco e finzione che rimanda a Céline ma in maniera grottesca e mai
tragicomica. Paolo Sorrentino, come molti
registi prima di lui , tenta di
raccontare Roma pescando nel cuore della sua “nobiltà nera”, aprendo tombe da
dove fuoriescono tetre ed improbabili figure della città eterna, esseri
notturni ( le vecchie principesse che giocano a carte nell’oscurità) che spariscono
all'alba, all'ombra di un colonnato, di un palazzo nobiliare, di una chiesa
barocca. Un carnevale escheriano, mai realmente tragico ma solo miseramente
grottesco. Vengono in mente altri film di certo più intensi e meglio costruiti.
Viene in mente La Terrazza di Ettore Scola del 1980 dove un autoironico Jean Louis
Trintignant, sceneggiatore in crisi, era tragico con leggerezza e senza toni
caricaturali di Verdone, o una padrona di casa come Carla Gravina,
disincantata e realmente intellettuale al cui confronto Isabella Ferrari è solo una sfocata parodia. Si
avverte in tutto il film la necessità di una sceneggiatura forse meglio
congegnata e più curata. La visione
della decadenza da basso impero in versione discoteca è scontatissima e
ovvia, se si la si raffronta a Roma di Federico
Fellini e le riprese delle feste restano parecchio indietro rispetto a ciò che spesso veramente sono nella realtà, mentre il discorso finale della santa ultra centenaria sulle
radici sconcerta per la banalità dell’assunto.
Jep Gambardella sembra più un gagà che
non raffinato dandy e inoltre – lo ripeto- Servillo non mi convicerà mai come
attore fino a quando non comincerà a recitare veramente. Paolo Sorrentino indugia troppo in una
stucchevole autocelebrazione dell’intellettuale umanista, lontanissimo mille
miglia e più dallo «scandalo Céline», che sembra voler essere presente in tutto
il film, ma che naufraga miseramente nella trita ovvietà . La profetica
lucidità del suo delirio e di uno sguardo che nulla perdona a sé e agli altri,
che ha il coraggio di affrontare la notte dell’uomo così com’è, nel film invece si
avviluppa intorno ad alcune frasi di Jep
Gambardella gettate lì come aforistiche”perle di saggezza” da rotocalco: “Ho
sessantacinque anni e non posso più perdere tempo a far cose che non mi va di
fare” . Quella che sembra poesia alta alla fine si rivela per quello che è:
luoghi comuni sull’età, sui ricchi, sulla religione, sulla vita. Sullo sfondo arte ed architettura
a profusione con sottofondo di canti gregoriani: dal Galata morente dei Musei
Capitolini alla Fornarina di Raffaello della collezione di Palazzo Barberini. Dei
film di Paolo Sorrentino mi è piaciuto, a dirla tutta, solo This Must Be The Place ma lì c’era un
grandioso Sean Penn, che faceva battute
memorabili a raffica , per non parlar del trucco, delle unghie smaltate, della
camminata con il trolley , mentre la storia c’era tutta ed era costruita con
grande ingegno e grande bravura interpretativa dei personaggi. Credo, per
concludere, che alla fine che tra i
molti limiti di la Grande bellezza, oltre alla oscura sospensione di alcune
frasi quali quella per esempio, sulla “fessa” che piaceva agli amichetti di un
giovanissimo Jep Gambardella, mentre a lui piaceva “ l’odore della casa dei
vecchi”: cosa ci vuole dire Sorrentino? Che bisogna acquisire una sensibilità
alla vecchiaia e alla caducità per
meglio comprendere il mondo? Ma non è maledettamente ovvio anche questo,
soprattutto detto da lui che di anni ne ha 43? Céline – e lo cito perché credo
che sia stato il nume ispiratore di Sorrentino in questo film - ha saputo
trasfigurare la materia incandescente della vita attraverso l’invenzione di un
linguaggio che ha tutta l’immediatezza del «parlato» quotidiano, capace di dar
voce, tra sarcasmi e pietà, alla tragicommedia di un secolo che veniva spazzato
via da terribili conflitti. Il suo Viaggio
al termine della notte sembra riassumere in sé la disperazione del
Novecento, ma è in realtà un’opera potentemente comica, esilarante, in cui lo
spettacolo dell’abiezione scatena un riso liberatorio, un divertimento
grottesco più forte dell’incubo che rappresenta. Nel film di Paolo Sorrentino
tutto questo non c’è: c’è solo una Roma cafonal
alla D’Agostino ( e dunque siamo nell’ovvio addirittura televisivo) e lui,
Sorrentino/Jep Gambardella si prendono troppo sul serio, con una preponderante
vena di fatalismo napoletano, che, lasciatemelo dire risulta essere alla fine
il peggiore dei luoghi comuni e si esce dalla sala, dopo aver visto il film, mogi e silenziosi. Se a Cannes lo premieranno, avranno premiato un
film non eccezionale, così come avvenne per Gomorra.
Franco Cuomo